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lunedì, dicembre 14, 2009

Verso una nuova riscoperta del partenariato.


Sono certo che Virgilio Buscemi, uno dei più giovani e apprezzati valutatori italiani, confermerebbe il giudizio entusiasta che ebbe modo di esprimere nei confronti delle politiche di sicurezza che andavano emergendo agli inizi degli anni '90 quando si fece largo nel lessico del Ministero dell'interno la parola (ormai invero abusata) "partenariato". Lo studioso di Ecosfera indicò subito nel crescente spirito partenariale l'elemento di novità, ad esempio, della programmazione del Pon Sicurezza che si innestò perfettamente nel fermento di iniziative che le varie autorità locali andavano a mettere in cantiere in quegli anni sul versante di quella sicurezza che oggi definiamo "partecipata". Per molto tempo, si ritenne che la concertazione potesse diventare il nuovo modo di progettare sicurezza, al fine di non mettere in campo solo le (seppur necessarie) politiche di repressione ma anche una fitta congerie di iniziative di rafforzamento locale della legalità, teso a creare un tessuno sociale meno permeabile al crimine e meno disponibile alla rassegnazione.
La crisi economica e le note difficoltà finanziarie hanno messo in crisi quel modello. E oggi parlare di "partenariato" diviene più difficile e sofferto, creando la sensazione dolorosa che se ne possa discutere solo al passato remoto o, al massimo, facendo ampio uso del condizionale. Dalla collaborazione con le Regioni - ne sono testimoni i numerosi patti per la sicurezza stipulati negli ultimi anni - si cerca di ottenere, più che un contributo di idee, un contributo in denaro. I comuni hanno migliore fortuna nell'ambito operativo (grazie al dinamismo delle polizie municipali) ma anch'essi sembrano presidiare i bordi e non il centro del problema. In tempi di "vacche magre" anche le grandi idee vengono risparmiate e rinviate a tempi migliori.
Eppure esiste ancora lo spazio per conferire significato al valore dell'ascolto degli altri soggetti sociali interessati. Bisogna difenderlo quello spazio e spero che chi possa farlo non si sottragga a tale difesa. Non si tratta di denaro: non tutto è riconducibile a un problema di risorse. Si tratta sopratutto di metodo. La responsabilità della tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica è affidata al Ministro dell'interno, Autorità Nazionale di PS. Chi mi conosce sa bene che ho sempre difeso, quando mi sembrava minacciato, questo diritto/dovere del ministro. Ma in democrazia la responsabilità non esclude il confronto e la discussione. Perchè - come mi ha insegnato Luca Celi - in Italia ancor più che di denaro, abbiamo urgente bisogno di buone idee.