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lunedì, novembre 16, 2009

A margine di un Manuale Antirapina


Si può recensire un libro senza averlo preventivamente letto? Credo che non esista abitudine tanto frequente quanto scorretta. Si pubblica troppo e per il critico il tempo non è mai sufficiente all'opportuno approfondimento. Ecco allora che si legge la quarta di copertina, si occhieggia l'indice, si sfoglia il capitolo ritenuto, magari a torto, più significativo...e si esprime la propria opinione. Personale, pertanto inconfutabile. Per questo libro di Silvia Calzolari e Daniele Veratti, edito da Sassoscritto e tutolato "Manuale Antirapina" sarò sincero e confesserò di non averlo mai aperto in vita mia e di non averlo ancora neppure comprato (ma giuro che lo farò!). Se ne parlo, non è per vantare i meriti degli autori (che, a quanto leggo su internet, sono tanti e di spessore) quanto per rendervi partecipi di una riflessione che mi è sorta prepotente. Di criminalità ormai parliamo in tanti: Ne parlano i criminologi (come i due giovani autori citati) ne parlano i sociologi della devianza (come il mio amico Ernesto Savona) ne parlano gli esperti di politiche di sicurezza (e qui, per me, l'elenco sarebbe troppo lungo) non ne parlano a sufficienza, a mio sommesso parere, i tecnici della sicurezza che sono le forze di polizia. Questo non è, infatti, il primo "Manuale Antirapina" che io ricordi: ne finanziammo un altro alcuni anni fa ed era rivolto ovviamente in primo luogo ai commercianti. Chi lo aveva redatto? Esperti di confesercenti e confcommercio (si trattava, credo, dei mitici Lino Busà e Andrea Colucci), Poliziotti e Carabinieri, che pur parteciparono all'iniziativa, non scrissero una riga (l'unico contributo fu l'elenco degli uffici a cui rivolgersi). Le forze di polizia fanno fatica a contestualizzare il problema "dalla parte della vittima", proiettate come sono al tema dell'assicurazione alla giustizia dei responsabili? E' possibile che ciò sia stato vero nel passato, ma da qualche anno non mancano riflessioni all'interno del sistema "polizie" ed ufficiali e funzionari in grado di esprimere punti di vista profondi ed originali. Tali contributi, non sopraponendosi ma affiancandosi ai lavori di sociologi, esperti di politiche e criminologi, renderebbe completo ed efficace l'approccio complessivo al tema che altrimenti rischia di permanere immancabilmente etereo ed accademico. Chissà che il prefetto Giulio Cazzella, entusiasta e competente direttore della Scuola Superiore di Perfezionamento del Ministero dell'Interno non ci faccia un pensierino.