
Il governo ha appena licenziato una serie di provvedimenti contro la corruzione e tra essi, more solito, è presente la previsione di un aumento delle pene edittali, da un terzo alla metà. Ovviamente condivido le finalità del disegno di legge ma sono fortemente perplesso sul fatto che questo tipo di decisioni apportino reali benefici al sistema giuridico nel suo complesso.
Aumentare la pena edittale prevista per un reato non è un concreto deterrente contro la sua possibile commissione. Un soggetto che ha deciso - in vista dei futuri e quasi certi guadagni che la condotta illegale gli permetterà di assicurarsi - di commettere un reato, non ne sarà certamente dissuaso dalla minaccia di un aggravamento pena. Sino a quando la possibilità di essere chiamato a risponderne sarà oggettivamente scarsa o nulla, egli continuerà a delinquere; non appena, invece, le probabilità di subire una condanna (più o memo grave non è determinante) diventerà consistente, è quasi certo che la sua propensione al reato scemerà fortemente.
Non è pertanto sulle pene che bisognava agire (quelle previste erano più che sufficienti) bensì sulle procedure. Era necessario aumentare i controlli, renderli più efficaci ed invasivi, destinare più uomini e mezzi della Guardia di Finanza ad indagini mirate, immaginare banche dati ed altri strumenti di indagine da offrire all'Autorità Giudiziaria, rispolverare la vecchia idea della stazione unica appaltante. Certamente si sarebbe trattato di una strada più complessa e di minore "impatto mediatico" ma sarebbe stata probabilmente l'unica strada che avrebbe portato a qualche risultato concreto.


















