venerdì, luglio 15, 2016
Quello che insegna la strage di Nizza.
Molte saranno le "chiavi di lettura" che politici, giornalisti, sociologi ed intellettuali vari attribuiranno alla strage di Nizza, ove hanno perso la vita poco meno di un centinaio di innocenti. Da un punto di vista "tecnico" l'unica considerazione che mi sembra molto evidente è la seguente: il terrorismo islamista si sta rivolgendo ormai ad obiettivi "facili", di grande effetto ma di nessuna difficoltà operativa, utilizzando mezzi di morte di semplicissimo reperimento e scenari insospettabili. Da questo si evince in futura la difficoltà di predisporre sistemi di prevenzione oggettiva (che si basano, cioè, sul rafforzamento della sicurezza dei luoghi ove si presume possa verificarsi un attacco) e la necessità di immaginare nuovi e perfezionati sistemi di prevenzione soggettiva (cioè basati o sulla difesa di specifiche categorie di persone o, più propriamente in questi casi, su misure che intendano rendere inoffensive categorie di persone ritenute potenzialmente pericolose). Ciò che sarebbe utile fare è lapalissiano sul piano tecnico ma deve scontare alcune difficoltà giuridiche che guardano con sospetto limitazioni delle libertà di qualcuno prima che sia stata dimostrata la commissione di un reato o l'approntamento di atti idonei diretti a compierlo. Ma una riedizione ammodernata delle vecchie "misure di prevenzione" mi sembra assolutamente necessaria, a fronte del sempre più ampio diffondersi dell'ideologia islamista radicale. I soggetti che per comportamenti, dichiarazioni, frequentazioni, attività su internet, ecc. diano motivo di ritenere possano potenzialmente contribuire al compimento di atti terroristici dovrebbero essere assoggettati a misure che li rendano meno pericolosi: divieto o obbligo di soggiorno in un dato comune, divieto di frequentazione di particolari "centri culturali", obbligo di firma, sospensione della patente e quant'altro fosse necessario ad ostacolare una possibile attività terroristica. Mi rendo conto che non sarà facile ma bisogna pensarci prima che diventi impossibile evitarlo.
martedì, luglio 12, 2016
Intolleranza agli immigrati: cerchiamo un approccio pragmatico.
Le proteste popolari verificatesi a Isola Sacra di Fiumicino alla notizia dell'arrivo in quella località di una cinquantina di migranti da accogliere, ha determinato, sulla stampa e nei programmi televisivi, commenti di varia natura, tutti tuttavia riconducibili a tematiche di carattere morale, ideologico o filosofico. Noi italiani siamo bravissimi nella retorica delle teorizzazioni ma quando si tratta di cogliere qualche profilo di sano pragmatismo dimostriamo tutte le nostre ataviche carenze e incapacità.
L'approccio pragmatico al tema mi pare elementare. L'insediamento di un contingente di immigrati (o, analogamente, quello di un campo Rom) determina nei cittadini un pregiudizio economico. Non mi interessa conoscere se esso sia giusto o ingiusto, opportuno o non opportuno, equo o non equo. Queste sono valutazioni che spettano alle istituzioni, secondo propri giudizi politici. Se queste valutazioni sono corrette, saranno le prossime elezioni a dircelo. Su questo non metto lingua. Ma non c'è dubbio che se un cittadino è il proprietario di un immobile che vale, facciamo un esempio, centomila euro, successivamente all'insediamento nelle sue vicinanze di un centro di accoglienza o di un campo Rom ne varrà al massimo sessantamila. I cittadini che, volenti o nolenti, accolgono queste realtà, subiscono un evidente danno economico.
Se vogliamo evitare le proteste non esiste altra strada pratica che quella delle compensazioni. Ad esempio, si potrebbe stabilire che chiunque risieda in un raggio di cinque chilometri da un campo Rom o da un centro di accoglienza per immigrati paghi solo il 50% di luce, gas e nettezza urbana. Questo determinerebbe che gli immobili colà ubicati diverrebbero più appetibili commercialmente, riducendo il pregiudizio economico e rendendo meno ostile la popolazione.
L'approccio pragmatico al tema mi pare elementare. L'insediamento di un contingente di immigrati (o, analogamente, quello di un campo Rom) determina nei cittadini un pregiudizio economico. Non mi interessa conoscere se esso sia giusto o ingiusto, opportuno o non opportuno, equo o non equo. Queste sono valutazioni che spettano alle istituzioni, secondo propri giudizi politici. Se queste valutazioni sono corrette, saranno le prossime elezioni a dircelo. Su questo non metto lingua. Ma non c'è dubbio che se un cittadino è il proprietario di un immobile che vale, facciamo un esempio, centomila euro, successivamente all'insediamento nelle sue vicinanze di un centro di accoglienza o di un campo Rom ne varrà al massimo sessantamila. I cittadini che, volenti o nolenti, accolgono queste realtà, subiscono un evidente danno economico.
Se vogliamo evitare le proteste non esiste altra strada pratica che quella delle compensazioni. Ad esempio, si potrebbe stabilire che chiunque risieda in un raggio di cinque chilometri da un campo Rom o da un centro di accoglienza per immigrati paghi solo il 50% di luce, gas e nettezza urbana. Questo determinerebbe che gli immobili colà ubicati diverrebbero più appetibili commercialmente, riducendo il pregiudizio economico e rendendo meno ostile la popolazione.
lunedì, novembre 17, 2014
Fiasco: "La grande crisi non sia un alibi".
Si può essere talora in disaccordo con Maurizio Fiasco ma confrontarsi con le sue idee è sempre un esercizio stimolante e mai inutile. L'ultimo suo articolo su il Sole24ore del 17 novembre "La grande crisi non sia un alibi" è un concentrato di ordinario buon senso e, come tale, merce assai rata. La crisi non è stata l'origine di un particolare incremento statistico degli atavici delitti che infestano le nostre strade o attentano alle nostre case, quanto piuttosto un incentivo al determinarsi di nuove forme delinquenziali o meglio all'aggiornamento operativo di talune fattispecie note. Sembra che "la nuova popolazione deviante risucchiata nell'illegalità dal procedere della recessione" abbia scoperto la redditività (e gli scarsi rischi) di delitti come le truffe via web o quelle ai danni degli anziani. La criminalità meno colta non è stata esente da rinnovamento di obiettivi ed operativi e si è rivolta, ad esempio, al furto di rame, metallo di cui i Paesi emergenti sono affamati e che, se si continuerà come da recenti abitudini, presto scomparirà del nostro Paese. La comune criminalità urbana non è invece esplosa nelle sue dimensioni quanto ingigantitasi nella natura e configurazione e si presenta oggi derivante da concause diverse, con caratteri di maggiore violenza e reattività specifica alla presenza di criticità sociali, urbanistiche, occupazionali, nonché al diverso atteggiarsi (o forse dissolversi) delle piccole comunità rappresentate un tempo dagli abitanti dello stesso quartiere. Una criminalità in veloce evoluzione che mette in difficoltà le attuali forme di contrasto poiché "non è stata compensata da una (altrettanto) più articolata strategia di contenimento sui territori urbani (...)ed è (infatti) anacronistico procedere "a catalogo", con meri dispositivi, senza enunciare un indirizzo strategico, senza scendere su opzioni chiare di servizio, di controllo organizzativo, di valori sociali che il sistema di sicurezza pubblica persegua in coerenza con un disegno governativo di fuoriuscita dalla crisi". E' quella che qualcuno si ostina ancora a definire "visione olistica" della gestione delle emergenze, secondo cui le criticità (economica, sociale, culturale, dei valori di legalità, ecc.) non sono patologie occasionalmente presenti sul medesimo organismo sociali ma sintomi diversi della medesima malattia che va combattuta perseguendo un'unica, complessiva strategia.
venerdì, novembre 14, 2014
Un PON Legalità così, un tempo, avrebbe avuto vita dura...
Mi rendo conto che farò la figura del "gufo", immagine ornitologica non particolarmente apprezzata ai nostri giorni, eppure, più leggo la bozza di quello che dovrebbe essere il nuovo Pon Legalità, meno mi convinco che esso possa essere approvato a Bruxelles. E' un programma senza ambizioni, senza strategia, senza originalità ne profondità nelle analisi e con un approccio tradizionale nel rapporto partenariale. Non mi pare peraltro vi sia una indicazione chiara ed esaustiva delle risorse ordinarie messe in campo e, sopratutto (se ancora il principio dell'addizionalità è valido) nulla che faccia comprendere in qual modo si vada a far sinergia con quelle comunitarie. Una domanda ingenua tra le tante possibili: se la gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata è prevista da una legge dello Stato italiano, per quale motivo dovrebbe essere finanziata dai fondi strutturali? Io appartengo ad una scuola probabilmente superata, ma un tempo una simile domanda sarebbe stata inevitabile e non leggo risposte adeguate nel testo in mio possesso. Banalizzando al massimo, una risposta possibile sarebbe stata questa: le risorse ordinarie a copertura ci sono e vengono utilizzate per fare queste cose (da descrivere); una volta realizzato le descritte cose, i fondi strutturali ci serviranno per farne queste altre (monitoraggio, messa in rete, internalizzazione dell'offerta al loro utilizzo, ecc.) che altrimentri non potremmo mai porre in essere. In buona sostanza, i fondi europei servono a potenziare una strategia condivisa con la Commissione, non a sostituire le risorse ordinarie utili a perseguire quella (non condivisa) dello Stato membro.
Ripeto: forse tutto ciò è superato, non serve più. Forse ormai sono troppo vecchio per capire, ma io continuo a ragionare come mi hanno insegnato Mario Garilli, Alberto Piazzi e Pere Puig Anglada, quando un programma doveva dimostrare di avere "idee guida" forti e strategie lungimiranti saldamente integrate, tali da essere in grado non solo di individuare i propri obiettivi ma di quantificarne le dimensioni, il cronogramma e i relativi impatti. Roba superata, forse. Da cittadino italiano me lo auguro, perchè se così non fosse questo Pon Legalità non avrebbe alcuna possibilità di superare il vaglio della Commissione o sarebbe sepolto da una tale valanga di osservazioni da dover, di fatto, essere riscritto. "In Italia", diceva Luca Celi," i soldi saranno pure pochi, ma le buone idee sono ancor meno". A distanza di anni, sono ancora una volta costretto a dargli ragione.
Ripeto: forse tutto ciò è superato, non serve più. Forse ormai sono troppo vecchio per capire, ma io continuo a ragionare come mi hanno insegnato Mario Garilli, Alberto Piazzi e Pere Puig Anglada, quando un programma doveva dimostrare di avere "idee guida" forti e strategie lungimiranti saldamente integrate, tali da essere in grado non solo di individuare i propri obiettivi ma di quantificarne le dimensioni, il cronogramma e i relativi impatti. Roba superata, forse. Da cittadino italiano me lo auguro, perchè se così non fosse questo Pon Legalità non avrebbe alcuna possibilità di superare il vaglio della Commissione o sarebbe sepolto da una tale valanga di osservazioni da dover, di fatto, essere riscritto. "In Italia", diceva Luca Celi," i soldi saranno pure pochi, ma le buone idee sono ancor meno". A distanza di anni, sono ancora una volta costretto a dargli ragione.
Etichette:
Celi Luca,
Garilli Mario,
Piazzi Alberto,
Pon Legalità,
Puig Anglada Pere
lunedì, novembre 10, 2014
Ancora sul PON “Legalità per lo Sviluppo del Mezzogiorno”. La scoperta del partenariato “in house”.
Come ho già avuto modo di constatare, la bozza di Pon Legalità per il prossimo periodo di fondi strutturali (2014-20) non è certamente priva di elementi di originalità, anche se non tutti riconducibili a quella pretesa “discontinuità” che si era posta a premessa. Sono stato, in particolare, colpito dal nuovo modo di configurare il rapporto col partenariato. Il documento dichiara, al riguardo, che “è stato avviato uno specifico percorso di confronto e consultazione col partenariato di settore che rappresenta uno dei princìpi chiave di riferimento della politica di coesione 2014-2020 come ricordato dall’art. 5 del reg. 1303/2013 e dal codice di condotta europeo approvato con decisione della Ce n. 9651 del 7 gennaio 2014”. Ottima decisione, tenuto conto di quanto il rapporto col partenariato sia stato “l’anello debole” delle pregresse programmazioni di sicurezza, spesso fagocitate dalla difficoltà di prestare il dovuto ascolto a voci non istituzionali o comunque non ritenute legittimate da antica consuetudine collaborativa. Il nuovo Pon, invece, intende addirittura – in totale controtendenza – garantire una “governance multilivello, attraverso il coinvolgimento proattivo degli attori del partenariato istituzionale e socioeconomico”. Il citato percorso di collaborazione, a quanto si legge, dovrebbe svilupparsi non solo nella progettazione ma anche nell’attuazione, sorveglianza, monitoraggio e valutazione del programma.
Tutto questo appare rivoluzionario. Anche troppo per
non far sorgere il sospetto che non sia frutto di qualche piccola esagerazione prospettica. Per conferire sostanza a dette affermazioni, sarebbe stato necessario dimostrare di aver attivato (almeno a livello di contatto) le intelligenze migliori che il Paese (e il resto d'Europa) offre sul tema, incontrando associazioni, centri studi, università, forum e quant’altro. L’elenco degli enti sentiti (in una sola occasione!) va dall’ABI all’UPI è invece esattamente lo stesso di sei o di dodici anni fa. Si tratta, in sostanza, del vecchio, autorevole ma non incisivo, “Tavolo di Partenariato istituzionale e socioeconomico” che inventò il geniale Prefetto De Sena. Tuttavia, la mia potrebbe essere una critica sciocca. Poco male se gli interlocutori sono sempre gli stessi se, questa volta, il loro ruolo fosse ben diverso da quello del passato. E, difatti da quello che si è appena letto, sembrerebbe che nella prossima programmazione essi siano addirittura coinvolti in una “governance multilivello”. Bene, anzi ottimo. Se ciò è vero, chissà quanti dei 41 enti costituenti il tavolo di partenariato sono stati chiamati a portare il loro contributo al quadro degli interventi della futura programmazione. A leggere il documento (ma chi scrive non è pratico di questa tipologia di documenti)sembrerebbe neppure uno. Sono invece citati, nel paragrafo delle “lezione dal partenariato” l’”Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” e il “Commissario nazionale antiracket e antiusura”. Enti preziosissimi che svolgono un’attività meritoria che va potenziata e sostenuta, ne sono convinto, ma che fanno già parte del “sistema istituzionale” deputato alla diffusione della legalità e al contrasto alla criminalità. Tanto è vero che mai hanno fatto parte del Tavolo di Partenariato, come è logico che sia. Citare il valido contributo di idee portato da questi enti come “attività propositiva del partenariato” significa sostanzialmente inventare l’istituto del “partenariato in house”. Originale elaborazione concettuale che spero tuttavia non trovi troppi imitatori.
non far sorgere il sospetto che non sia frutto di qualche piccola esagerazione prospettica. Per conferire sostanza a dette affermazioni, sarebbe stato necessario dimostrare di aver attivato (almeno a livello di contatto) le intelligenze migliori che il Paese (e il resto d'Europa) offre sul tema, incontrando associazioni, centri studi, università, forum e quant’altro. L’elenco degli enti sentiti (in una sola occasione!) va dall’ABI all’UPI è invece esattamente lo stesso di sei o di dodici anni fa. Si tratta, in sostanza, del vecchio, autorevole ma non incisivo, “Tavolo di Partenariato istituzionale e socioeconomico” che inventò il geniale Prefetto De Sena. Tuttavia, la mia potrebbe essere una critica sciocca. Poco male se gli interlocutori sono sempre gli stessi se, questa volta, il loro ruolo fosse ben diverso da quello del passato. E, difatti da quello che si è appena letto, sembrerebbe che nella prossima programmazione essi siano addirittura coinvolti in una “governance multilivello”. Bene, anzi ottimo. Se ciò è vero, chissà quanti dei 41 enti costituenti il tavolo di partenariato sono stati chiamati a portare il loro contributo al quadro degli interventi della futura programmazione. A leggere il documento (ma chi scrive non è pratico di questa tipologia di documenti)sembrerebbe neppure uno. Sono invece citati, nel paragrafo delle “lezione dal partenariato” l’”Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” e il “Commissario nazionale antiracket e antiusura”. Enti preziosissimi che svolgono un’attività meritoria che va potenziata e sostenuta, ne sono convinto, ma che fanno già parte del “sistema istituzionale” deputato alla diffusione della legalità e al contrasto alla criminalità. Tanto è vero che mai hanno fatto parte del Tavolo di Partenariato, come è logico che sia. Citare il valido contributo di idee portato da questi enti come “attività propositiva del partenariato” significa sostanzialmente inventare l’istituto del “partenariato in house”. Originale elaborazione concettuale che spero tuttavia non trovi troppi imitatori.
martedì, novembre 04, 2014
Programma Operativo Nazionale "Legalità per lo sviluppo del Mezzogiorno". La Bozza.
La bozza del nuovo Programma Operativo Nazionale “Legalità per lo Sviluppo del Mezzogiorno”, relativo al prossimo periodo di fondi strutturali (2014 -2020), presenta, almeno in premessa, qualche motivo di ottimismo. Vi si legge, infatti, che la sua strategia sarà basata essenzialmente su tre “pilastri” (in verità, trovandoci in ambito comunitario, sarebbe stata forse preferibile una diversa terminologia) sostanzialmente caratterizzati: il primo da un’analisi attenta delle esigenze del territorio, il secondo da un ripensamento sugli errori commessi (eufemisticamente definite “lezioni apprese dal passato”) e il terzo dal confronto partenariale, istituzionale e socioeconomico.
Intendimenti assolutamente condivisibili e probabilmente essenziali ad ogni programmazione di fondi europei, che denotano (mi permetto di dire: finalmente!) il desiderio di porre fine ad una conclamata autoreferenzialità che tanto danno ha determinato alle politiche di sicurezza per lo sviluppo. Se queste sono le reali premesse su cui si basa la prossima programmazione a titolarità Viminale, si può sperare che, sia pur con qualche ritardo, si possano ottenere risultati tangibili e concreti.
Tuttavia, quando andiamo a proseguire nella lettura del documento, sorge il dubbio che alcuni errori di impostazione non siano stati del tutto eliminati e che aspetti essenziali per rendere credibile la preannunciata svolta non siano stati adeguatamente individuati e sottolineati. Trovo singolare, ad esempio, l’affermazione secondo cui la criminalità italiana sia ormai un fenomeno da inquadrare in una prospettiva europea giacché questi sodalizi criminosi “costituirebbero ormai una minaccia per l’intera Unione Europea”. Siffatta affermazione è attribuita ad Europol ed è perfettamente logica per un organismo investigativo europeo che analizza prevalentemente gli sviluppi comunitari delle organizzazioni criminali nazionali per indicare forme di contrasto alla loro internazionalizzazione, mentre si comprende assai meno in un documento programmatico che afferma di voler “partire dai territori” e che pertanto si propone di aggredire le cause della pervasività criminale dell’economia locale e non i suoi possibili sviluppi oltre confine. Temo che, in tal caso, l’origine comunitaria dei fondi abbia ingenerato un equivoco e fatto ritenere all’estensore della bozza di Pon o ai suoi suggeritori che la prospettiva di un “rischio criminalità italiana” negli altri Paesi UE avrebbe svolto una funzione incentivante per la Commissione. Mi sembra un errore, anche piuttosto ingenuo.
Per quanto attiene il “secondo pilastro”, assai correttamente uno dei principali errori da non ripetere è stato individuato nello stile di governance, auspicando una maggiore partecipazione. E’ stato pertanto ipotizzato un tavolo permanente di coprogettazione e valutazione congiunta degli interventi, a cui “sarà chiamato a dare il suo contributo il partenariato economico e sociale”. Giustissimo. Peccato che tali tavoli siano sempre esistiti e che non abbiano mai sinora fornito i risultati sperati ed una delle cause di questo mancato successo sia da ricercarsi nel ruolo istituzionalmente svolto in sede locale dalle Prefetture, istituzioni meritorie ma spesso impreparate al confronto con Regioni e grandi comuni nell’ambito della gestione dei fondi comunitari. Per rimuovere le criticità del passato, la nuova programmazione prevede invece un rafforzamento della “funzione propulsiva” proprio delle Prefetture. Non mi sembra logico. Tuttavia è possibile che io abbia torto e che sia stata progettata un’intensa attività formativa per funzionari di prefettura che li ponga in condizione di svolgere non più un ruolo notarile di spartizione di risorse quanto un’autentica azione di mediazione concettuale e progettuale.
E’ necessario che si comprenda una volta per tutte che un buon progetto non è quello che consente di investire risorse che altrimenti rischierebbero il definanziamento ma quello che costituisce un prezioso tassello del mosaio “strategico” che si vuole comporre. Per far ciò bisogna essere perfettamente consapevoli sia della strategia dell’Autorità di Gestione approvata dalla Commissione Europea sia degli strumenti finanziari e delle procedure necessari alla sua realizzazione.
Per quanto concerne il “terzo pilastro” mi sembra evidente che la dichiarata “apertura al partenariato socio-istituzionale” riguardi sempre ed esclusivamente una pattuglietta di “soliti noti”. Forse, oltre alla gestione dei beni confiscati e alla trasparenza negli appalti, vi sono anche altre idee dietro l’angolo. Non avrebbero fatto male a dare un’occhiata.
giovedì, ottobre 13, 2011
Abbiamo bisogno di concreti sognatori
Le politiche di sicurezza per lo sviluppo si sono sinora caratterizzate per tre diversi possibili approcci, in taluni casi sostenuti in modo non disgiunto.Nella maggioranza dei casi, la problematica è stata analizzata nell'ottica delle forze di polizia o, nel migliore dei ipotesi da quella delle altre agenzie di controllo sociale. In buona sostanza, si è cercato di rispondere alla domanda: come possiamo rendere più efficiente ed efficace l'azione di contrasto alla criminalità, in modo da consentire alla società civile di attivare tutti quei meccanismi virtuosi che determinano lo sviluppo economico e sociale? Tale lettura (che ovviamente non è sbagliata) è tuttavia tipica delle politiche ordinarie. Uno Stato civile e ben organizzato dovrebbe aver fornito una qualche risposta al quesito e semmai può porsi il problema di perfezionare e migliorare i provvedimenti e le azioni intraprese. Tuttavia la crisi economica - e i tagli alla pubblica amministrazione, anche quella che si occupa di sicurezza pubblica - hanno certamente messo in crisi questo approccio, determinando, ad esempio, il travisamento di buona parte di ciò che era previsto nel PON Sicurezza.Una seconda modalità per affrontare il problema è quella di porsi nell'ottica della vittima. Si considera il crimina un fenomeno riducibile ma non eliminabile e di tende alla riduzione del danno. Il quesito diviene pertanto il seguente: come posso, nonostante la presenza di una forte e radicata criminalità organizzata, porre le condizioni affinchè sia possibile una ordinata vita civile ed economica e vengano sciolti nodi quali la disoccupazione e la scarsa crescita? E' un approcio realista, che ha il torto di non piacere alla società civile per il suo fondo pessimistico e alle forze di polizia e altre agenzie di contriollo sociale perchè ne ridimensiona il ruolo, andando a spostare l'asse degli investimenti sui soggetti intermedi.Il terzo approccio tende ad enfatizzare l'ottica dell'opinione pubblica, magari limitata a determinati contesti territoriali. E' la filosofia della "percezione di insicurezza" che tende a risolvere il problema mediante la messa in campo di un ampio ventaglio di provvedimenti aventi natura rassicurante. Il quesito che pone questa terza modalità di approccio potrebbe essere: come faccio a creare le condizioni affinchè le popolazioni attualmente minacciate dall crimine organizzato non ne abbiano più timore e mettano pertanto in atto tutti quei comportamenti di resistenza attiva e passiva alla illegatità.? Non è sbagliato. Nessuno di essi è ontologicamente erroneo. Tuttavia non hanno funzionato. E, se non funzionano, bisogna avere il coraggio intelletuale e l'ambizione un pochino sconsiderata di tentare strade nuove: un nuovo approccio di politica di sicurezza che sia basata sulla crescita civile, democratica e culturale di ogni singola persona. Una grande opera di formazione alla cittadinanza di massa.Un'idea per concreti sognatori. Di questo, forse, abbiamo oggi bisogno
Etichette:
percezione di sicurezza; riduzione del danno
giovedì, settembre 29, 2011
Ricominciamo, con più entusiasmo di prima
Questo spazio ha vissuto vicende alterne e periodi di silenziosa assenza. I motivi sono connessi esclusivamente alla disaffezione del suo autore che ha visto, anno dopo anno, il sistematico e doloso tradimento dei principi che avevano dato luogo al suo impegno per una sicurezza che non fosse autoreferenziale.
Il fatto che io sia uno degli estensori (l'immodesto che è in me direbbe l'estensore principale) del Programma Operativo Nazionale "Sicurezza per lo Sviluppo del Mezzogiorno", sia nell'edizione 2000/2006, sia in quella 2007/2013, che ha portato in Italia finanziamenti complessivi per due miliardi e mezzo, non è casuale e va assolutamente sottolineato.
Il mio interesse va infatti risvegliandosi per motivi precisi ed evidenti.
In primo luogo, si avvicina la nuova programmazione (la 2014/2020) e di nuovo saranno utili non solo persone che sappiano spendere (ammesso e non concesso che...) ma sopratutto persone che sappiano perchè farlo, con quali limiti, determinando quali effetti e attivando quali sinergie. Io ovviamente non sarò tra questi. Ma continuando a parlare ew a scrivere di questi temi, qui e altrove, mi auguro di stimolare la riflessione e contribuire a fortificare l'interesse e la determinazione di giovani colleghi capaci e motivati (e sono sicuro che non ne mancano).
Altro elemento di ottimismo è che la legislatura, piaccia o non piaccia, si avvia al suo termine. Anticipata o non anticipata che sia, la prossima campagna elettorale dovrà rimeditare il modo con cui nel passato è stato trattato il tema della sicurezza. Si possono aprire spazi per disamine più approfondite e meditate di quanto non sia stato fatto sinora e, forse, potranno arrivare risultati migliori.
Speriamo. L'importante è non tradire e tenere con coraggio la nostra trincea. Ringraziando coloro che vorranno offrirmi la loro benevola attenzione.
Il fatto che io sia uno degli estensori (l'immodesto che è in me direbbe l'estensore principale) del Programma Operativo Nazionale "Sicurezza per lo Sviluppo del Mezzogiorno", sia nell'edizione 2000/2006, sia in quella 2007/2013, che ha portato in Italia finanziamenti complessivi per due miliardi e mezzo, non è casuale e va assolutamente sottolineato.
Il mio interesse va infatti risvegliandosi per motivi precisi ed evidenti.
In primo luogo, si avvicina la nuova programmazione (la 2014/2020) e di nuovo saranno utili non solo persone che sappiano spendere (ammesso e non concesso che...) ma sopratutto persone che sappiano perchè farlo, con quali limiti, determinando quali effetti e attivando quali sinergie. Io ovviamente non sarò tra questi. Ma continuando a parlare ew a scrivere di questi temi, qui e altrove, mi auguro di stimolare la riflessione e contribuire a fortificare l'interesse e la determinazione di giovani colleghi capaci e motivati (e sono sicuro che non ne mancano).
Altro elemento di ottimismo è che la legislatura, piaccia o non piaccia, si avvia al suo termine. Anticipata o non anticipata che sia, la prossima campagna elettorale dovrà rimeditare il modo con cui nel passato è stato trattato il tema della sicurezza. Si possono aprire spazi per disamine più approfondite e meditate di quanto non sia stato fatto sinora e, forse, potranno arrivare risultati migliori.
Speriamo. L'importante è non tradire e tenere con coraggio la nostra trincea. Ringraziando coloro che vorranno offrirmi la loro benevola attenzione.
lunedì, maggio 03, 2010
Forse è necessario un ripensamento sull'utilizzo della videosorveglianza....
Qualcuno borbotterà, a ragione, che ho una bella faccia tosta e che dal mio pulpito una simile predica non può proprio venire. Ma Indro Montanelli diceva che solo gli imbecilli non cambiano mai opinione e io imbecille del tutto non devo essere visto che, sull'argomento, l'ho decisamente cambiata. In materia di videosorveglianza abbiamo esagerato e siamo andati di molto oltre gli intendimenti originari. Quando il grande prefetto Luigi De Sena mi parlava di opzione tecnologica per limitare la militarizzazione del territorio e ridurre le ingenti spese di personale, io quasi inevitabilmente, nel redigere faticosamente i paragrafi del Pon Sicurezza, traducevo in pratica quell'indicazione con pregetti di videoseorveglianza. Anche quando De Sena si occupò di altrecose e i miei interlocutori divennero i Prefetti Procaccini ed Amoroso, la comune passione per i sistemi di videosorveglianza non accennò a diminuire.
Ma dobbiamo essere chiari. Non avevamo alcun intendimento di sostituire il controllo del territorio ad opera delle forze di polizia con un mero reticolato di telecamere ed eravamo tutti pienamente consapevoli dei limiti dello strumento. La telecamera era incaricata di incrementare le potenzialità di intervento delle forze di polizia e giammai di sostituirsi ad esse. Peraltro, la ricerca scientifica nel settore prometteva meraviglie: telecamere "intelligenti" in grado di attivarsi esclusivamente in presenza di eventi significativi, telecamere capaci di riconoscere volti selezionati in una folla, telecamere capaci di individuare in tempo reale targhe segnalate tra la moltitudine di auto transitanti per un'autostrada.In verità, non tutte queste funzionalità erano perfette e alcune di esse non hanno corrisposto i risultati sperati. Ma non è stato questo il punto.
Tutti noi eravamo consapevoli che la videosorveglianza sarebbe stata utile solo se accompagnata da un forte potenziamente delle Sale Operative, un'adeguata formazione di personale che imparasse ad utilizzare lo strumento secondo le sue potenzialità e attitudini e, ultimo ma non ultimo, una serie di interventi mirati sul medesimo territorrio di carattere sociale che operassero sinergicamente ad incrementare la sicurezza, nonostante una ipotizzata minore presenza di "divise" nell'area interessata. Per quest'ultimo motivo, accanto ad un asse "tecnologico", si è sempre posto uno speculare asse di interventi di supporto sociale che abbiamo scelto e condiviso con il partenariato socioistituzionale.
Le successive strategie hanno poi seguito percorsi diversi e non costruiti sull'elemento "deterrenza da videosorveglianza". Questa è stata, in definitiva, vista più come un'opportunità ulteriore fornita alle attività di indagine (quindi, a seguito di un reato) che come la regina delle attività di prevenzione, che, come tutte le regine, necessitava di una corte di interventi di integrazione e coronamento.
Ma dobbiamo essere chiari. Non avevamo alcun intendimento di sostituire il controllo del territorio ad opera delle forze di polizia con un mero reticolato di telecamere ed eravamo tutti pienamente consapevoli dei limiti dello strumento. La telecamera era incaricata di incrementare le potenzialità di intervento delle forze di polizia e giammai di sostituirsi ad esse. Peraltro, la ricerca scientifica nel settore prometteva meraviglie: telecamere "intelligenti" in grado di attivarsi esclusivamente in presenza di eventi significativi, telecamere capaci di riconoscere volti selezionati in una folla, telecamere capaci di individuare in tempo reale targhe segnalate tra la moltitudine di auto transitanti per un'autostrada.In verità, non tutte queste funzionalità erano perfette e alcune di esse non hanno corrisposto i risultati sperati. Ma non è stato questo il punto.
Tutti noi eravamo consapevoli che la videosorveglianza sarebbe stata utile solo se accompagnata da un forte potenziamente delle Sale Operative, un'adeguata formazione di personale che imparasse ad utilizzare lo strumento secondo le sue potenzialità e attitudini e, ultimo ma non ultimo, una serie di interventi mirati sul medesimo territorrio di carattere sociale che operassero sinergicamente ad incrementare la sicurezza, nonostante una ipotizzata minore presenza di "divise" nell'area interessata. Per quest'ultimo motivo, accanto ad un asse "tecnologico", si è sempre posto uno speculare asse di interventi di supporto sociale che abbiamo scelto e condiviso con il partenariato socioistituzionale.
Le successive strategie hanno poi seguito percorsi diversi e non costruiti sull'elemento "deterrenza da videosorveglianza". Questa è stata, in definitiva, vista più come un'opportunità ulteriore fornita alle attività di indagine (quindi, a seguito di un reato) che come la regina delle attività di prevenzione, che, come tutte le regine, necessitava di una corte di interventi di integrazione e coronamento.
Etichette:
Giuseppe Amoroso,
Giuseppe Procaccini,
Indro Montanelli,
Luigi De Sena
domenica, aprile 04, 2010
Migliaia di stazioni e commissariati sparsi per il Paese, eppure il poliziotto sotto casa (ammesso che ci sia) non serve...

Ignoro quanti siano esattamente i commissariati di polizia e le stazioni dei Carabinieri in Italia. Non dubito tuttavia che siano numerosissimi. Il motivo è semplice: non vi è comune nel nostro lungo e diversificato Paese che non si senta offeso dall'assenza sul territorio di un presidio delle forze dell'ordine e non vi è sindaco che non prometta al proprio elettorato una richiesta al Ministero dell'Interno d'istituzione di qualche caserma "per aumentare il livello di sicurezza" o, se già esistente, la sua elevazione a tenenza o compagnia.
Il risultato di questa politica dissennata è la presenza di una ingiustificata miriade di piccoli uffici - solitamente stazioni dell'Arma - presidiati da pochi militari, appena sufficienti a garantire un minimo di presenza e, nelle ore notturne, spesso neppure quella.
Non è assurdo che centri abitati distanti pochi chilometri l'uno dall'altro abbiano due presidi, ognuno incapace per scarsezza di mezzi e personale di effettuare un significativo controllo del territorio? Non sarebbe preferibile unirli, per economizzare i servizi comuni e risparmiare i costi di locazione e con le risorse risparmiate mettere più personale a presidiare le strade e offrire una presenza per tutto l'arco della giornata?
Sono osservazioni banali, che sono certo già da anni oggetto di meditazione presso i vertici delle forze di polizia; tuttavia si tratta di soluzioni inattuabili sino a quando la sicurezza sarà interpretata più come una tematica da spendere sul piano politico-mediatico che come un'esigenza della collettività meritevole di una razionale ed esaustica risposta. Al cittadino non serve affatto avere una stazione deo carabinieri a cento metri da casa se poi, in caso di bisogno, non vi trova nessuno. Molto meglio averla a cinque chilometri, purchè, se chiamata telefonicamente, abbia gli uomini e i mezzi per intervenire rapidamente. I sindaci ci pensino, se veramente hanno a cuore le sorti dei loro concittadini....
mercoledì, marzo 17, 2010
La filosofia della paura. A margine di un libro di successo.

Per l'autore di un blog come quello che avete la bontà di leggere, finalizzato esplicitamente a trattare i temi della sicurezza (anche se cercando sempre, qualora possibile, di coglierla sotto il profilo di presupposto per lo sviluppo economico e sociale) la lettura del testo del filosofo norvegese Lars Svendsen, riproposto in Italia dalla Castelvecchio editore, è doppiamente proficuo. La ricerca della sicurezza altro non è, infatti, che la risposta razionale ad uno dei sentimenti più antichi che accompagnano la storia dell'umanità: la paura. Chiedersi cosa sia la paura e quale sia la cultura che la sua diffusione inevitabilmente genera e diffonde è, pertanto, assolutamente necessario e consente a tutti noi, sedicenti cultori della materia delle politiche di sicurezza, di godere di un salutare bagno di umiltà.
La paura è un sentimento assolutamente normale, direi fisiologico, che ci fa compagnia dalla notte dei tempi, eppure ogni generazione (e quella presente non fa certo eccezione) sembra riscoprirla ogni volta con sgomento. I motivi per aver paura (contrariamente a quanto si pensi comunemente) non sono affatto aumentati, al contrario: la nostra società occidentale è probabilmente una delle più sicure che la storia ricordi.
La componente che sembra incrementarsi costantemente è invece la "cultura della paura" e, di conseguenza, la politica della paura. Questo sentimento è, infatti, un potente mezzo di controllo sociale ed un fortissimo argomento a sostegno delle decisioni meno giustificabili. "La paura" scrive il filosofo norvegese "è uno dei fattori di potere più importanti che esistano e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno"
Un richiamo ad una visione serena e razionale dei potenziali pericoli che ci minacciano, mi pare opera meritoria. Una società è veramente sicura quando è anche serena e in grado di difendersi dai rischi incombenti senza isterismi e senza cedere alle demagogie. Tutto ciò mi pare saggio. Ma attenzione, guai a pensare che un livello misurato e controllato di timore sia inutile. Lo spirito di autoconservazione è necessario per la tutela sia del singolo sia di una collettività, poichè "temere" significa anche considerare il futuro e programmare le risposte che si pensa saranno necessarie a fronteggiare le emergenze. Pur consapevoli che - per fortuna - molte di queste emergenze non avranno mai luogo e molte delle minacce che dovremo effettivaqmente affrontare assai meno spaventose nella realtà di quanto non lo siano state nelle nostre tormentate preoccupazioni.
sabato, marzo 06, 2010
La nostalgia del bigliettaio

Mia madre e mio padre erano persone di altri tempi e non sapevano cosa fosse la "percezione di insicurezza". Non solo non conoscevano la forma verbale ma - almeno nel senso che attribuiamo al termine oggi - ne ignoravano proprio il concetto. Quando mia madre mi riportava a casa dal cinema (mio padre era un dirigente molto spesso fuori città per lavoro) lo faceva utilizzando l'autobus e, indicandomi il bigliettaio che se ne stava seduto al suo posto in fondo, mi diceva soddisfatta "se qualcuno ci dovesse dar fastidio, noi chiamiamo il bigliettaio e lui metterebbe le cose a posto!". Il bigliettaio non era un poliziotto - questo lo capiva bene anche un bambino come me - ma aveva il berretto e rappresentava, almeno ai miei occhi e forse anche a quelli di mia madre, lo Stato, l'ordine, la sicurezza e la difesa dei deboli contro ogni forma di malintenzionati.
Poveri vecchi bigliettai, non ci sono più, resi costosi ed obsoleti dalle macchine obliteratrici e, se mia madre fosse ancora viva e viaggiasse in autobus, non potrebbe più, per rassicurarsi, lanciare uno sguardo verso il fondo dell'automezzo per trovare conforto dalla visione di quel berretto. Così come non ci sono più i portieri a presidiare gli androni dei nostri palazzi ed evitare che malintenzionati possano penetrarvi. Nessun videocitofono potrà mai eguagliare il filtro discreto ma ferreo dei vecchi portieri di una volta.
Dicono che ci sentiamo tutti più insicuri. Quale scoperta! Abbiamo progettato e creato un mondo che sembra finalizzato a produrre insicurezza, eliminato le figure rassicuranti, isolato gli anziani in quartieri ove non esiste socializzazione alcuna e ci aspettavamo un risultato diverso? E' inutile invocare sempre maggiore polizia. Poliziotti e carabinieri sono utili e fanno un lavoro insistituibile ma la "sicurezza" è data dalla contestuale presenza di una rete di informale rassicurazione sociale, cotituita da una moltitudine di figure di riferimento, che, se scompare, non potrà mai essere adeguatamente sostituita da un controllo del territorio meramente di polizia.
mercoledì, marzo 03, 2010
Ancora con la vecchia ed inutile politica dell'aumento delle pene edittali

Il governo ha appena licenziato una serie di provvedimenti contro la corruzione e tra essi, more solito, è presente la previsione di un aumento delle pene edittali, da un terzo alla metà. Ovviamente condivido le finalità del disegno di legge ma sono fortemente perplesso sul fatto che questo tipo di decisioni apportino reali benefici al sistema giuridico nel suo complesso.
Aumentare la pena edittale prevista per un reato non è un concreto deterrente contro la sua possibile commissione. Un soggetto che ha deciso - in vista dei futuri e quasi certi guadagni che la condotta illegale gli permetterà di assicurarsi - di commettere un reato, non ne sarà certamente dissuaso dalla minaccia di un aggravamento pena. Sino a quando la possibilità di essere chiamato a risponderne sarà oggettivamente scarsa o nulla, egli continuerà a delinquere; non appena, invece, le probabilità di subire una condanna (più o memo grave non è determinante) diventerà consistente, è quasi certo che la sua propensione al reato scemerà fortemente.
Non è pertanto sulle pene che bisognava agire (quelle previste erano più che sufficienti) bensì sulle procedure. Era necessario aumentare i controlli, renderli più efficaci ed invasivi, destinare più uomini e mezzi della Guardia di Finanza ad indagini mirate, immaginare banche dati ed altri strumenti di indagine da offrire all'Autorità Giudiziaria, rispolverare la vecchia idea della stazione unica appaltante. Certamente si sarebbe trattato di una strada più complessa e di minore "impatto mediatico" ma sarebbe stata probabilmente l'unica strada che avrebbe portato a qualche risultato concreto.
venerdì, febbraio 26, 2010
Un commissario scomodo. La storia di Ennio Di Francesco.

L'editore Sandro Teti ha recentemente ripubblicato, con notevoli ampliamenti, il libro di Ennio Di francesco "Un Commissario", rititolato "Un commissario scomodo". Si tratta del racconto autobiografico di un funzionario di polizia controverso e tormentato ma sempre animato da profonda coerenza ed onestà intellettuale. Passato agli onori delle cronache quando fu protagonista dell'arresto di Marco Pannella che si era macchiato (e sostanzialmente autodenunciato) del crimine di spaccio di droghe leggere, Di Francesco non ebbe scrupolo - pur consapevole delle critiche che gli sarebbero piovute addosso - di manifestare pubblica solidarietà al leader radicale. E' stato questo uno dei numerosi episodi di difficoltà per l'Autore a far conciliare i suoi principi e i propri persnali profondi convincimenti morali e politici con la necessità di assecondare la dinamica delle politiche di sicurezza vigenti al tempo. Un libro difficile, di sofferta lettura ma di grande interesse storico ed umano. Un acquisto consigliabile.
Etichette:
Ennio Di francesco,
Marco Pannella,
Sandro Teti
giovedì, febbraio 25, 2010
Rapporto cnel sulla criminalità dell'Italia del nord

Il traffico di droga, l'usura e il pizzo, ma anche l'edilizia, i grandi appalti e la finanza. I tentacoli della piovra mafiosa sono ormai saldamente stretti attorno alle ricche città del Nord. E' il quadro tratteggiato dal rapporto del Cnel su "L'infiltrazione della criminalità organizzata nell'economia di alcune regioni del Nord Italia".
Il rapporto ricostruisce storicamente la 'conquista' delle regioni settentrionali da parte delle cosche meridionali negli ultimi cinquanta anni. Tre, essenzialmente, le strade che hanno portato al Nord i mafiosi: l'invio in soggiorno obbligato dei boss, prima siciliani e poi camorristi e 'ndranghetisti; l'emigrazione nel triangolo industriale di Torino, Milano e Genova; la scelta strategica, soprattutto fatta dalla 'ndrangheta, di insediarsi stabilmente al Nord.
A distanza di decenni, lo scenario che emerge vede i mafiosi pienamente inseriti in settori dell'economia, proprietari di immobili, di attività imprenditoriali e commerciali, impegnati nel riciclaggio ed in cerca di relazioni con il mondo politico. La 'ndrangheta e' l'organizzazione criminale numero 1 ora al Nord: in Lombardia si sono spostate tutte le 'ndrine che contano ed ognuna ha trovato il proprio spazio. Indagini nell'hinterland di Milano mettono in luce la loro presenza sia nei lavori dell'alta velocità ferroviaria e in quelli dell'ampliamento dell'autostrada A4, sia il rapporto nuovo tra imprenditoria 'ndranghetista e imprenditoria lombarda. Si e' così verificata l'espulsione di imprenditori sani e la contestuale sostituzione con soggetti privi di scrupoli.
Il Cnel parla di "conquista silenziosa di pezzi dell'economia legale", con la sostituzione di vecchi proprietari (imprenditori e commercianti) attraverso il prestito usuraio che, insieme all'edilizia, è diventato il "cavallo di Troia" per conquistare le cittadelle economiche del Nord. E una misura degli interessi mafiosi in Settentrione la danno anche i numeri delle confische eseguite dalla magistratura: al 30 giugno 2009 beni per 142 milioni di euro (108 milioni nella sola Lombardia) e aziende per 1,7 milioni di euro. Cifre, commenta il Cnel, "impressionanti, che da sole ci indicano la grande capacità espansiva e il radicamento nelle regioni del Nord" delle organizzazioni criminali meridionali. (fonte ansa).
mercoledì, febbraio 24, 2010
La maggioranza deviante ovvero il problema della cultura della legalità nell'Italia contemporanea.

Se accettiamo la complessa definizione di devianza che ci offre il dizionario di sociologia di Luciano Gallino “atto, comportamento o espressione, anche verbale, del membro riconosciuto di una collettività che la maggioranza dei membri della collettività stessa giudicano come uno scostamento o una violazione più o meno grave , sul piano pratico o su quello ideologico, di determinate norme o aspettative o credenze che essi giudicano legittime o a cui di fatto aderiscono ed al quale tendono a reagire con intensità proporzionale al loro senso di offesa” allora il concetto di “maggioranza deviante” non avrebbe motivo di sussistere e gran parte del dibattito politico di questi anni acquisterebbe una valenza surreale.
Se la devianza riassumesse veramente in sé la componente statistica ( “..che la maggioranza dei membri giudicano…” ) essa non potrebbe che essere ricondotta tra i comportamenti marginali o, seppur non episodici, certamente accidentali e non strutturali.
Il quesito che oggi ci poniamo e che ha necessitato di questa tediosa introduzione è pertanto il seguente “è la corruzione in Italia un comportamento deviante?” E ancora, ragionando con lo stesso metro, possiamo altresì definire devianza l’evasione fiscale?
Corruzione ed evasione, infatti, rappresentano non solo comportamenti estremamente diffusi ma soprattutto paiono (o si sostiene che appaiano) alla maggioranza dei consociati come violazioni estremamente veniali. Non che non esista disapprovazione pubblica (che anzi si presenta sovente esageratamente marcata) ma essa è accompagnata spesso da accondiscendenza e tolleranza quando l’argomento viene affrontato in ambiti privati.
“Per un imprenditore all’inizio della sua attività – mi diceva un industriale affermato – è assolutamente impossibile pagare le tasse; e se, per moralismo o pavidità eccessiva, questi intendesse farlo, condannerebbe se stesso e la sua nascente azienda all’immediato fallimento…” e un dirigente pubblico di lungo corso “ per evitare fenomeni di corruzione nella pubblica amministrazione l’unico modo sarebbe l’assegnazione dei contratti per sorteggio e forse non basterebbe perché anche un sorteggio potrebbe essere manipolato; bisogna rassegnarsi al fatto che l’essere umano è corrotto e che, entro certi limiti, la corruzione è fisiologica e nessuna società è riuscita a debellarla…”
Sono corrette queste affermazioni? Possiamo pensare che non lo siano. Tuttavia, non è questo il punto. Esse sono molto diffuse e, se sostenute in un salotto, non vengono accolte con reazioni negative ma anzi spesso li si accredita di sano e saggio realismo. Ciò dimostra - se ancora fosse necessario dimostrarlo - che comportamenti teoricamente “devianti” possono invece far parte della cultura di una parte consistente (non so dire se maggioritaria) di un popolo e il livello di offesa ai c.d “valori di condivisi” viene ricondotto nell’ambito teorico di un “mondo ideale” che tuttavia non esiste e che (nell’opinione o forse nella speranza di alcuni) probabilmente non esisterà mai
lunedì, febbraio 22, 2010
Il piano pro-legalità presentato a Milano al ministro Maroni. Il computer detective "Risicol".

(Fonte: L'Avvenire del 21.2.2010.)Sapevate che negli ultimi 12 mesi il 6,6% delle imprese ha subito il 92,7% del totale dei furti? E che corruzione e infiltrazioni criminali sono difficili da stanare perché, solo nel 2008, sono stati avviati 47.937 appalti da oltre 150mila euro, per un totale di 76 miliardi (l'equivalente di quattro robuste Finanziare)? Vi hanno mai detto che, rispettò ai colleghi sulle volanti, a parità di ore lavorate i poliziotti in bicicletta mettono a segno il triplo degli arresti? Quello che l'Università Cattolica di Milano presenterà domani al ministro dell'Interno Roberto Maroni è un piano per migliorare, in poche mosse, legalità nella pubblica amministrazione ed efficacia delle forze dell'ordine. La chiave sta «nell'approccio integrato di più discipline: criminologia, diritto, economia, finanza, statistica, sociologia, informatica». Lo annuncia Emesto Savona, direttore di Transcrime, il Centro interuniversitario di ricerca sulla Criminalità transnazionale dell'Università Cattolica e dell'Università di Trento. Tangenti e mafia. Il nome ricorda quello di un famoso gioco di strategia bellica. "Risico 1 " è un programma informatico sviluppato da Transcrime in colfaborazione con il ministero dell'Interno, n sistema effettua unavalutazione del pericolo di infiltrazioni negli appalti attraverso un modello statistico che utilizza decine di informazioni. Per esempio valuta il rischio in relazione alle caratteristiche del contratto, dell'impresa vincitrice e di ciascun appaltatore. Esamina le caratteristiche delle persone che hanno una posizione di rilievo: soci, amministratori, rappresentanti legali, dirigenti. Combinando questi dati con il contesto territoriale (come in presenza di un Comune sciolto per mafia), il tipo di procedure burocratiche, la presenza di ' stazioni subappaltanti", gli importi delle gare e i prezzi di aggiudicazione, il cervellone attribuisce un punteggio. Quando è alto, meglio indagare. Gli "hot spot". Transcrime lavora tra gli altri per le Nazioni Unite e l'Unione Europea, per conto di cui ha elaborato il concetto di "Hot Spot", cioè «pochi luoghi che concentrano molta criminalità e producono molta insicurezza». Uno dei risultati più importanti della ricerca recente è avere dimostrato che poche zone producono la grande maggioranza dei reati. «Ciò significa che un'attività di prevenzione efficace dovrebbe seguire "i luoghi" in- tervenendo su questi per ridurre le opportunità criminali». Invece si seguono in prevalenza le persone, «cioè gli autori di reato, se ne individuano alcuni e, parte di questi, vengono condannati». Al contrario occorre andare lì dove si formano le opportunità criminali, «anticipare il reato evitando che questo venga commesso». Via Padova e i «ghetti» .Uno dei perimetri più studiati è quello del quartiere milanese di Via Padova, dove una settimana fa si è consumato un omicidio che ha provocato una rivolta etnica. È un classico caso di "hot spot". «In queste aree - osserva Savona - la situazione degenera perche alcuni fattori di wchio, determinati da variabili diverse (conflitti ihfraetnici, integrazione mancata con gli abitanti locali, etc.), si miscelano ad una concentrazione di opportunità date dalla concentrazione di luoghi di ritrovo. Il tutto in assenza di fattori protettivi». Già dai dati censuari del 2001 emergeva come l'area fosse interessata da «alta percentuale di popolazione straniera (con numerose etnie); bassa percentuale di nuclei familiari; alta concentrazione di attività commerciali omogenee; alta percentuale di appartamenti in affitto». Per Transcrime occorrerebbe «sviluppare alcuni fattori protettivi, come ad esempio, riorganizzare i presìdi delle Forze di Polizia, pianificare a fini di sicurezza interventi di tipo amministrativo, decentrare le licenze dei bar, dei luoghi di ristoro, dei cali center e sviluppare eìementi di coesione sociale come luoghi di aggregazione». Furti m casa. La polizia di Huddersfield, nel Nord dell'Inghilterra, aveva un problema. Nel ricco distretto tessile, non a caso definito la "Svizzera inglese", c'era stata un allarmante impennata dei furti in appartamento. È lì che è stato applicato il concetto di "hot spot", un po' come potrebbe accadere per la Brianza o i distretti avanzati del Trevigiano. Il piano prevedeva una redistribuzione delle forze di polizia sul territorio. «Per stabilire un criterio chiarisce Emesto Savona - tutte le abitazioni sono state classificate in tré categorie (oro, argento e bronzo) a seconda del livello di vittimizzazione registrato in precedenza». Nei luoghi identificati come più problematici sono state concentrate maggiori risorse di polizia. Risultato: riduzione del 30% dei furti in appartamento; aumento degli arresti dal 4% al 14%; nessuna evidenza di aumento del reato nelle aree limitrofe. Di Nello Scavo per l'Avvenire.
La "vittima", soggetto centrale di nuove politiche di sicurezza.

Solo di recente le politiche di sicurezza hanno riscoperto il tema cruciale della “vittima”, per molti decenni assolutamente trascurato. L’interesse degli studiosi era stato infatti calamitato dalla figura del criminale, nemico da contrastare ed eliminare o, talvolta, persino da comprendere e giustificare, figura comunque a cui attribuire nel reato il ruolo eterno del protagonista.
La vittima soggiaceva nello sfondo, quale soggetto passivo, entità occasionale su cui vi era poco da studiare, poco da comprendere, poco da modificare.
Facevano eccezione alla regola solo le vittime di fatti di sangue particolarmente efferati o di crimini quali la violenza sessuale, per i quali – talvolta a beneficio di possibili eventuali attenuanti da riconoscere all’autore del reato – la figura del soggetto passivo veniva sezionata e discussa.
Questo processo di marginalizzazione del ruolo della vittima ha trovato recentemente in Italia un momento di controtendenza, in coincidenza con una serie di studi sulla criminalità predatoria che hanno conferito grande impulso alle c.d. indagini di vittimizzazione. Impossibile non ricordare, al riguardo, l’indagine condotta nel nostro Paese dal sociologo Marzio Barbagli per conto dell’ISTAT nel 1998, che ha dato adito ad una serie di analoghe iniziative.
Perché questa riscoperta? Ritengo che il motivo principale vada ricercato nel diverso approccio che la società ha tentato nei confronti del fenomeno criminoso. Un approccio non solo repressivo (anche se questo profilo ovviamente è stato tutt’altro che assente) ma soprattutto riparativo, finalizzato, come si dice in una felice espressione, alla “riduzione del danno.” Ogni reato commesso è vissuto come una sorta di trauma a cui la società è sottoposta, che va pertanto analizzato sia sul piano eziologico (affinchè non si ripeta o si ripeta il minori numero di volte possibile) sia su quello degli effetti derivanti (assicurando misure tese a far cicatrizzare la ferita inferta). Studiare l’impatto del reato diviene pertanto attività connessa e propedeutica a quella tesa alla riparazione del danno.
Porre la vittima al centro del discorso aulla criminalità, determina tuttavia un altro effetto, di non trascurabile entità. Tale materia esula o pertiene in modo quasi trascurabile alle competenze delle tradizionali agenzie di controllo sociale (in particolare le forze di polizia) per coinvolgere pervasivamente altre realtà ed altre professionalità. Il rapporti tra soggetti dediti al contrasto al crimine e soggetti dediti alla riparazione del danno, inevitabilmente destinato ad intensificarsi, resta uno dei problemi aperti del prossimo decennio.
mercoledì, febbraio 17, 2010
Convegno Transcrime sui nuovi modelli per l'analisi dei problemi e lo sviluppo delle politiche di sicurezza.


E' ormai dominio della ricerca avanzata - scrive transcrime - che pochi luoghi (hot spot) concentrino molta criminalità e producano molta insicurezza. Perchè si possano trasferire i risultati di queste ricerche in rimedi efficaci, occorre conoscere le dimensioni di questi luoghi, dove sono, quale criminalità producono, in quale giorno della settimana e in quale ora della giornata. Acquisita questa conoscenza, occorre poi pianificare i presidi delle Forze di Polizia, sviluppando tra cooperazione tra polizie pubbliche nazionali, locali e private, accrescendo nel contempo la formazione degli addetti e la partecipazione dei cittadini.
Su questi temi, è stata organizzata per lunedì 22 febbraio 2010 alle ore 10.00 presso l' Aula Magna dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, una giornata di discussione con i principali esperti del settore.
Parteciperà il Sindaco di Milano Letizia Moratti, il Prif. Ernesto Savona, il Prof. Giuseppe Di Federico, i Prefetti Nicola Izzo (nella foto) e Paola Basilone, il sindaco di Bari Michele Emiliano, il nostro amico Enrico Tedesco della Regione Campania e, ultimo ma non ultimo, il Ministro Roberto Maroni.
Se possibile, cercheremo di pubblicare uno stralcio degli atti del convegno.
lunedì, febbraio 15, 2010
E l'oltraggio ritornò ad intasare le aule giudiziarie

"Sei insensibile e maleducato ciome tutti i poliziotti...chissà chi vi credete di essere solo perchè indossate una divisa..." Lo scudo a tutela dei pubblici ufficiali era stato tolto nel 1999, in considerazione del fatto che frasi come quelle appena ipotizzate sfuggivano dalle incaute bocche di malcapitate troppo spesso e, al danno di una contravvenzione, si aggiungeva sovente la beffa di una denuncia per oltraggio.
La legge n. 94 del 2009 ha tuttavia reintrodotto il reato. Sono sinceramente convinto che la popolazione italiana non ne sentisse la mancanza. Purtroppo i nostri tutori dell'ordine sono persone che svolgono un lavoro meritorio e durissimo ma, appunto per questo, non sempre sono inclini alla pazienza e alla tolleranza. In pochi mesi, pertanto, dall'agosto 2009 ad oggi il nuovo reato ha indotto l'apertura di ben 1200 fascicoli nelle procure italiane, intasando ancor più un sistema all'orlo del collasso.
Io spero vivamente che le forze di polizia - nei cui confronti sono stati svolti negli anni numerosi corsi di formazione di comunicazione pubblica e di "approccio alla cittadinanza" - non necessitino più di questo "scudo penale" che, come tutti gli scudi, diviene troppo spesso una comoda trincea ove collocarsi per non rispondere ad alcuna critica sul proprio operato. Rinunciamo all'oltraggio o, almeno, depenalizziamolo e prevediamo una sanzione amministrativa. Un raddoppio della contravvenzione, ad esempio, sarebbe già deterrente sufficiente, immediato, pratico ed economicamente vantaggioso per le casse dello Stato.
Iscriviti a:
Post (Atom)


